SIETE PAZZI A MANGIARLO! RECENSIONE

SIETE PAZZI A MANGIARLO! RECENSIONE

Spezie macinate con escrementi di animali, champignon blu, miele che non contiene miele, trito di gambi di prezzemolo, coccinelle e porro ammuffito, scalogni inviati in Polonia per essere sbucciati e fatti rientrare nel paese d’origine per la lavorazione, carne di cavallo venduta come manzo… questi e, purtroppo, tanti altri, sono i gustosi ingredienti di “Siete pazzi a mangiarlo!”.

Il libro mi capita per caso fra le mani e, incuriosita dal titolo e dall’esperienza dell’autore, decido di leggerlo. Christophe Brusset, infatti, ha svolto per 20 anni la sua attività di ingegnere nell’industria agroalimentare, avendo, così, l’opportunità di venire a contatto con una realtà ben lontana dalle raffigurazioni leziosi tipiche della pubblicità.

Nel 2016 decide di “alzare un lembo del velo” che nasconde le schifose magagne perpetate in danno di noi consumatori, e raccontare il vero iter che subisce un alimento prima di essere messo, in bella mostra, sullo scaffale del supermercato.

Lascio a te ogni considerazione circa la moralità del Brusset lavoratore che, per anni ed anni, anzichè denunciare paratiche scorrette, si adopera, al contrario, per incrementare il fatturato della sua azienda.

Importante è, invece, la riflessione che origina dalla lettura del libro, ovvero: tutto questo avviene perchè noi lo permettiamo. Difatti, delegando ad altri la cottura del risotto, la preparazione del purè o la lessatura degli spinaci, abbiamo conferito loro un potere importantissimo: quello di decidere per noi. Che gli alimenti siano infarciti di additivi, conservanti, zuccheri e ogni altro tipo di sostanza dal nome impronunciabile e dalla dubbia necessità, è cosa nota e non serviva certo il libro di Brusset; l’utilità della sua denuncia, risiede, invece, nella descrizione delle dinamiche sottese alle scelte di determinati ingredienti, alle campagne promozionali e ai colori e alle immagini del packaging dei prodotti. Una commistione fra ricerca spasmodica del profitto da parte delle aziende, connivenza di ispettori sanitari, latitanza delle associazioni dei consumatori e cecità assoluta dei clienti che acquistano per inerzia o sotto l’influenza della pubblicità.

Alla fine della lettura rimane l’amaro in bocca e la consapevolezza di essere delle marionette nelle mani di grandi industrie, di certo poco interessate alla nostra salute quanto più al nostro portafoglio; marionette ignare, il più delle volte, anche delle ripercussioni ambientali che derivano dal trasporto di alimenti da una parte all’altra del mondo o dalla tanta plastica dei contenitori.

Brusset conclude la sua opera dispensando qualche consiglio pratico per destreggiarsi fra le tante proposte alimentari con cui, quotidianamente, veniamo bersagliati.

Io credo che la chiave di volta sia l’organizzazione, che scaturisce dall’amor proprio. Si parte, dopo aver controllato la dispensa, da una lista della spesa redatta con criterio, in cui sono contemplati solo prodotti locali di stagione. Nel supermercato, poi,  dovremmo essere così integerrimi da non acquistare sulla scorta di un delirio compulsivo, di pratiche pubblicitarie fascinatorie o della stanchezza.  A casa, infine, conciliare le varie preparazioni con il lavoro e gli impegni familiari è davvero difficile, ma cucinare, per esempio, in grandi quantità gli alimenti che richiedono tempi di cottura lunghi come riso, legumi e verdure da consumare, poi, in settimana o addirittura congelare, è un valido modo per non essere vincolati ai pasti confezionati industriali.

A piccoli passi, giorno per giorno, questo diventerà il nostro modus vivendi; ne guadagneremo in salute, in denaro e in termini ambientali.

Se anche tu hai letto il libro, scrivimi che impressioni ti ha suscitato, se ti ha indotto a cambiare l’ approccio al cibo o se trovi che, quello dell’autore, sia stato solo un modo per continuare a trarre profitto da quella deplorevole attività. Confrontiamoci!

 

“Vulesse addiventare na tamorra

pè scetare a tutta chella gente

cà nun ha capito niente

e ce stà a guardà”

Vulesse addeventare nu brigante, Folkabbestia

 

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